Pronostici,pregiudizi ed apparenze

Maggio 1982, la scuola elementare di Borgo Venusio è in trepidazione perchè si avvicinano i giochi della gioventù provinciali. E’ la manifestazione sportiva più importante, per noi equivale alla finale della coppa del mondo. Ci siamo preparati duramente negli ultimi mesi per affrontare le varie discipline, io sono il prescelto per la corsa veloce, 50 metri di adrenalina allo stato puro. L’ unico neo, la maestra che ci prepara, che per qualche arcano motivo, ci ripete durante gli allenamenti che non vinceremo nulla perchè tutti gli altri sono più forti di noi. Urla, sbraita, a volte offende, ricordandoci che la gara è vicina e non abbiamo speranze. In effetti siamo la rappresentativa della scuola elementare di Venusio, meno di 60 alunni suddivisi nelle cinque classi dell’ unica sezione esistente, la sezione A, ovviamente. Considerando che la gara è aperta alle quarte e quinte e noi di quinta siamo in otto, quattro maschi e quattro femmine e la quarta non arriva a quindici, tirando le somme, per partecipare a tutte le discipline, non è possibile scartare nessuno. Sappiamo ormai benissimo che rispetto agli altri partiamo molto svantaggiati. Una settimana prima della gara, ulteriore doccia gelida: le divise che tanto attendevamo non arriveranno mai per problemi di budget (è stata la prima volta che ho sentito quella orribile parola). I problemi di budget ci sono anche nelle nostre famiglie monoreddito con 4/5 figli a carico. Quindi? Semplice: tutti con la maglietta bianca. In effetti la maglietta bianca non manca a nessuno, a costo di mettersi quella intima. In quest’ ultima settimana non si parla più dei nostri problemi di forma e talento, ma del fatto che gareggiando con squadre in divise impeccabili, saremmo passati come degli sfigati. Abbastanza normale se si considera che siamo convinti che le mekap (una marca di scarpe da ginnastica) ti fanno correre più forte. Qualche giorno prima della gara, parlando con un mio compagno gli confesso la rabbia che provo verso quella maestra che continua a gufare. Lui, forse rassegnato, mi fa notare che la maggior parte di noi sono lì solo perchè non c’ è l’ alternativa. Insisto dicendogli che io sono il migliore nella corsa veloce e lui nel salto in alto. Mi guarda con aria rassegnata e dice:’siamo i migliori rispetto a chi? Rispetto a nessuno. A Matera ci saranno bambini che vanno al camposcuola tutti i giorni ed hanno già vinto gare con altre scuole. Tu che hai vinto?’ ‘Niente, due anni fa, quando abitavo a Matera ho vinto nella corsa con tutti i miei amici e poi anche qui non mi batte nessuno’ e lui:’seee mò vedrai quando andiamo lì, ci sono squadre tutte in divisa, con gli allenatori veri, mica come noi che ci allena la maestra del tempo pieno, e poi mi ha detto mio cugino che quello che correrà per il Montescaglioso vince sempre’. ‘senti Manuele, a me non interessa degli allenatori e delle divise, io ho sempre battuto tutti…..’ ‘se sei tanto convinto………venerdì vedremo’. Il giovedì notte non dormo bene, sogno belle divise, allenatori, Manuele che mi deride, la maestra arrabbiata, quello di Montescaglioso trionfante, insomma ‘na chiavica. Venerdì: lo scuolabus ci aspetta nel cortile della scuola, ci ritroviamo tutti lì puntuali con le nostre magliette bianche e la colazione al sacco, via, si parte. Il camposcuola ci appare con la sua entrata gigantesca in cima alla salita di Serra Venerdì, meglio conosciuto come rione Apache. Il viavai frenetico di bambini, mamme, maestre, allenatori, autobus, mi turba un pò. Mi sento catapultato in un mondo sconosciuto, quello della competizione organizzata, io che conosco solo quella di strada, dove per fare le squadre o scegliere il posto migliore nella griglia di partenza si fa il tocco (la conta): da me da me da me…….oh!. Da quel momento in poi le gambe non smettono di tremare; mentre entriamo nell’ immenso camposcuola mi sento spaventato. Inizio a pensare a tutte le gufate della maestra e di Manuele. Negli spogliatoi ragazzini urlanti e festanti, mi sembrano tutti potenzialmente più forti e dotati di me, solo per quel modo spavaldo di affrontare quella giornata che per me è cominciata nel segno del tremolìo delle gambe, le stesse gambe che mi serviranno tra un pò per fare il mio sporco lavoro. ‘Che ci faccio qui?’ questa è la domanda che inizio a pormi. Sugli spalti bellissima sorpresa: c’ è la rappresentativa della scuola che ho frequentato fino alla quarta e molti miei ex compagni di classe. Le gambe smettono di tremare, alcuni miei vecchi compagni mi ricordano che sono sempre stato il più veloce tra loro e che potrei farcela. Sto decisamente meglio. E’ vero, sono tutti con divise variopinte e noi siamo gli unici con le magliette bianche, alcune più bianche altre meno. Inizia la giornata con la corsa campestre (così la chiamano), diversi giri di campo fino a fare tre chilometri. Tra urla da stadio e imprecazioni, il nostro ‘uomo’, Ciro, arriva penultimo, tutto sommato è arrivato davanti ad uno con la divisa variopinta. Seconda specialità: corsa veloce, è il mio momento. Sulla griglia di partenza riconosco il mio ex compagno Giuseppe e penso:’Almeno lui l’ ho sempre battuto, uno in meno’, riconosco ormai dalla divisa anche il campione del Montescaglioso che è circa al centro della batteria. Ho il cuore in gola dall’ emozione, sento il frastuono del pubblico che a poco a poco diventa silenzio lasciando il posto al frastuono del mio cervello, è come se sentissi la voce di ogni mio neurone, di ogni cellula del mio corpo, in poche parole non capisco più niente. Ci dicono di metterci in posizione di partenza, dò un’ ultima occhiata ai miei avversari, perfetti, bellissimi. Ho appena il tempo di rientrare in me e realizzare lo sparo di partenza. Scatto con tutta la forza che ho nelle gambe, guardando solo davanti ai miei piedi, non ho il coraggio di voltarmi come facevo per strada, per capire come sono messi gli altri, so solo che nel mio raggio visivo non c’ è nessuno ed è già una bella notizia, il traguardo si avvicina e lo rincorro con tutto me stesso, eccolo è qui, tagliato, PRIMO.

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